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“Pantani? Assolutamente unico. Scarponi? Un capitano totale, che si preoccupava per tutti i componenti del team, dai compagni ai meccanici”. Di questo e di molto altro ha parlato Orlando Maini, direttore sportivo fra i più esperti del ciclismo italiano, da due anni sull’ammiraglia del Team Beltrami TSA – Marchiol, ieri sera in diretta streaming sulla pagina Facebook di EthicSport, partner del Team Beltrami per quanto riguarda l’integrazione.
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Imbeccato dalle domande di Ignazio Sala e di Davide Balboni (già tecnico al fianco dello stesso Maini), il ds bolognese della formazione Continental veneto-emiliana ha ricordato episodi noti e meno noti della sua carriera. Come quando, al Giro d’Italia Dilettanti del 1992, guidava Marco Pantani: “Marco era uno che ti metteva alla prova. Nella tappa decisiva, quella del Passo Campolongo con arrivo a Pian di Pezzè, aveva messo in macchina qualsiasi tipo di integratore o altro che potesse servirgli in quello sforzo. Andò in fuga da lontano, venne all’ammiraglia e mi chiese mezza borraccia d’acqua con dello zucchero semplice. E dove lo avrei trovato? Entrai a tutta velocità nel cortile di una casa, la signora, quasi spaventata nel vedere quella manovra, mi disse ‘prendete quel che volete, ma non fatemi del male’. Preparammo la borraccia e gliela diedi: beve un goccio e la buttò. Probabilmente era anche un modo per verificare la soglia dell’attenzione di chi gli stava attorno. Quella tappa rivelò tanto pure del suo spirito generoso e leale: era in fuga con un venezuelano che non ce la faceva più a tenere il suo passo, Marco però non voleva staccarlo, mi diceva ‘Orlando, lui è stato corretto nel fare il suo, quindi deve vincere la tappa e io prenderò la maglia’. Rischiava di perdere il Giro e solo quando quegli gli disse che proprio non ne poteva più, Marco fu “costretto” a staccarlo e andò a vincere la corsa firmando un’impresa memorabile”.

Ieri sera si è poi parlato di preparazione, tecnologia, integrazione, ma anche di quali siano le differenze tra il gestire campioni affermati e giovani talenti: “Nella crescita di un ragazzo c’è una cosa che non dobbiamo sottovalutare, il fatto di gestire i loro sogni. Devo essere bravo a dargli un ruolo senza cancellare il suo sogno. Tutti hanno le loro debolezze, bisogna anche essere un po’ psicologi e saper ascoltare tutti: massaggiatori, meccanici, medico sociale. Creano un quadro e uno storico di informazioni sul corridore che aiutano il ds a gestirlo meglio. Importante è avere una linea uguale per tutti”. Infine un ringraziamento ad EthicSport, “da parte di tutto il nostro Team e dei nostri ragazzi, che hanno ricevuto a casa un kit di prodotti completo di tutto ciò che può servire loro in queste settimane in cui hanno ripreso ad allenarsi sulle strade. Con l’auspicio di poter presto tornare alle gare che tanto ci sono mancate, come mille altre cose, in questi ultimi mesi”.

Praticello di Gattatico (RE) – Una ventina d’anni fa vinceva il Giro e il Tour da direttore sportivo (con Beppe Martinelli) di Marco Pantani alla Mercatone Uno. Oggi, all’età di 60 anni (compiuti il 17 dicembre) e dopo due decenni alla guida di alcune delle più importanti formazioni del mondo (come Tinkoff, Katusha, Lampre e Uae Emirates), il bolognese Orlando Maini è tornato in Emilia, con l’entusiasmo di sempre, sull’ammiraglia del Team Beltrami TSA – Hopplà – Petroli Firenze, che da quest’anno sbarca nel professionismo come Continental.

Maini, che impressioni ha avuto dai primi collegiali?
“C’è entusiasmo, passione, competenza, tutto quel che serve per iniziare con il piede giusto. Si è deciso di investire tanto sui giovani, formando un collettivo di qualità, che ha del potenziale, che può e deve crescere in maniera graduale. Il gruppo è affiatato e collaborativo, e ho la fortuna di avere al mio fianco un collega come Roberto Miodini, che oltre ad avere esperienza nel mondo dei professionisti è molto bravo a lavorare con i giovani”.

Com’è arrivato al Team Beltrami – Hopplà – Petroli Firenze?
“La dirigenza, gli sponsor e chi, a vario titolo, collabora con questa squadra, hanno messo a punto un progetto davvero interessante, che mi ha subito coinvolto. Io non ho mai sposato un progetto per il budget o la categoria, ma in base ad una serie di fattori riconducibili all’entusiasmo che esso mi crea, agli aspetti puramente ciclistici. Anche stavolta è stato così”.

Qual è il modo migliore per far crescere i giovani nel ciclismo di oggi?
“Occorre trovare la giusta via di mezzo fra le soddisfazioni da togliersi e il non esagerare. Per quantità di gare ed esigenze di risultati, spesso di tende ad eccedere. Tante volte ho visto ragazzi che, arrivati al professionismo, erano ormai spremuti dal punto di vista fisico e mentale. Noi invece vogliamo fare in modo che i ragazzi crescano senza esasperazioni, riuscendo tuttavia a dimostrare il loro valore. E non dobbiamo dimenticare che noi abbiamo a che fare sì con dei giovani atleti, ma anche con i loro sogni. Io lo so bene: diventare un ciclista professionista era il mio sogno da ragazzo e sono riuscito a realizzarlo. Mi rivedo molto in loro”.

Quando lei vinceva Giro e Tour come ds di Marco Pantani, nel 1998, questi ragazzi erano o appena nati o dovevano ancora nascere. Che effetto fa essere oggi la loro guida?
“Una sensazione certamente strana, ma molto piacevole. I ragazzi mi chiedono spesso di Pantani, e io dico loro che il Panta non era solo quello che scattava in salita, ma è quello che la gente non riesce a dimenticare. In questo sta la sua grandezza. E poi porto loro anche l’esempio di Michele Scarponi, che ho avuto alla Lampre (insieme vinsero il Giro nel 2011, ndr), altra persona fuori dal comune, eccezionale. Ho conosciuto pochissimi capitani come lui, aveva qualità umane straordinarie e sapeva fare squadra come nessun altro”.

La squadra debutterà alla Vuelta San Juan, dal 27 gennaio, al cospetto di campioni come Sagan, Gaviria, Quintana e molti altri. Cosa vi aspettate?
“L’elenco iscritti farebbe quasi tremare le gambe, ma dobbiamo essere sereni. Per noi sarà come andare a scuola per prepararsi alla lezione successiva e migliorare costantemente. Certo, l’agonismo poi emerge sempre, perfino per me che siedo in ammiraglia, ma noi dobbiamo pensare alla stagione nella sua globalità, che comprende anche un calendario di gare dilettantistiche di assoluto valore”.